Fra 5 anni saranno 3,2 milioni i musulmani in Italia. Fra 20 anni si calcola che, se i ritmi resteranno questi, la popolazione di fede islamica sarà il 15% del totale (solo dietro a Francia, Germania e Svezia, i Paesi più soggetti all’incremento, che però investono molto di più per l’integrazione).
La questione è complessa perché veicola emozioni contrastanti: da un lato, emozioni che hanno radici nella nobiltà dei traguardi liberali cui le democrazie occidentali sono pervenute in secoli di fatiche, dall’altro esprimono il timore che questa conquista di libertà venga spazzata via dall’insediamento di visioni a noi estranee, che liberali non sono, portate dalle ondate migratorie.
Emozioni che non trovano conforto nemmeno nelle pubblicazioni di antropologi e sociologi, il cui esito, bisogna dirlo, è tanto illuminante sul piano teorico quanto privo di sostanzialità concreta. Del resto, agli studiosi è dato il compito di capire i fenomeni quando sono già avvenuti, e semmai di descrivere teoreticamente la strada di un modello di società ideale, non quello di individuare i mezzi per arrivarci. Di questo si occuperebbe la politica, ma ecco che quella strada allora si interrompe sul bordo di un dirupo.

Così, ad oggi, mentre tutto cambia con velocità mai vista prima, ci troviamo impantanati in una mescolanza di opinioni ubriache dentro una comunità europea che davanti a uno specchio non riconosce più la sua immagine, sfigurata demograficamente, rissosa e divisa tra poli distanti tra loro: le università sono popolate da studenti invasi dal fuoco dell’idealismo giovanile non ancora svezzato dalla indigesta crudità dei problemi reali, e il resto della popolazione sembra essere per lo più priva di strumenti critici perché trascinata dalla volgarità di un dibattito politico a un livello mai così basso come oggi. Facciamo chiarezza.
Il Fondamentalismo.
Il fondamentalismo si ritiene per definizione capace di “interpretare autenticamente la Verità” e di difenderla contro il nemico. La tradizione classica prevede quattro tipi di jihad: con l’animo; con la parola; con la mano; con la spada. I primi riguardano la comunità islamica.
Quello con la spada, è indirizzato all’esterno della comunità, per difenderla da un’aggressione armata o per far trionfare la parola di Dio sui territori non islamici. Il jihad è considerato come un obbligo morale per tutti i credenti che possono portare armi (compresi anziani e donne). Nel concetto di jihad vi è anche la dimensione dell’offensiva, quando un certo numero di musulmani (i mujaheddin) iniziano a promuoverla.
Dal X secolo in poi, il termine acquisisce il significato di “azione militare religiosamente giustificata al fine di creare un ambiente islamico universale”. A partire dagli anni 70 del secolo scorso, il jihad è divenuto un vero e proprio progetto politico con l’obbiettivo di abbattere l’imperialismo dell’Occidente.
Stando così le cose, il mujaheddin, come colui che combatte i nemici dell’islam, si trasforma in un martire di Allah. Il pericolo nasce dal fatto che i jihadisti sono ovunque nel mondo e puntano a strutturare pezzi di territorio come le popolose periferie urbane, che ospitano immigrati di fede islamica.
I tratti comuni dei fondamentalismi.
Lo stile dei fondamentalismi presenta tratti comuni a tutte le ideologie, nessuna cultura ne è mai stata esente. Così, anche la propensione al dogma, la scarsa disponibilità alla critica e al mutamento, il frequente ricorso alla violenza verbale, l’assolutizzazione dei valori e dei principi, sono anch’essi forme di fondamentalismo (lo fu il Ku Klux Klan in America contro i neri).
E una certa aria di “fondamentalismo degli oppressi” è quella che sembra agitare qualche politico italiano, che però manca di considerare che, ad oggi, non è in atto nessun processo di oppressione sugli italiani, se non altro perché detengono l’esercizio degli apparati governativi e di quelli statali.
Una via di uscita e di moderazione dei vari fondamentalismi, siano essi religiosi o laici, sarebbe possibile con una seria opera di contrasto nei confronti delle sue cause materiali e culturali, cosa che per malafede o per incapacità, la politica sembra proprio non voler affrontare, concentrandosi solo sugli effetti di questa polarizzazione delle culture, come se la loro incompatibilità fosse ineluttabile e una fatalità già comprovata. Lo Stato ospitante è ancora più forte degli immigrati che ospita, ma rifiuta il problema semplicemente strumentalizzandolo per fini elettorali.
L’immigrazione.
Gli antropologi individuano 4 possibili percorsi, a cui va incontro un immigrato straniero.

L’ASSIMILAZIONE si manifesta con la scelta dell’individuo di compiacere la comunità ospitante, rinunciando alle sue radici culturali per abbracciare in toto quelle del paese di approdo. L’INTEGRAZIONE vede il soggetto accettare i fondamenti della cultura dominante e farli propri nei cardini di base (le norme, le regole sociali), ma non rinuncia alle abitudini legate alle proprie tradizioni. La MARGINALIZZAZIONE affligge un soggetto fragile che, per svariati motivi, rinnega la cultura di provenienza ma non trova assonanza con quella ospitante. In tal modo, senza radici culturali di sorta, vive un senso di esclusione finendo per rimanere sospeso a metà. La SEPARAZIONE (o segregazione volontaria) avviene quando un immigrato rifiuta totalmente di entrare in contatto con la cultura ospitante e cerca di ricreare il suo ambiente in terra straniera, con pochi o nessun contatto con l’esterno.
Multiculturalismo o pluralismo culturale?
È chiaro che la scelta individuale va rispettata, ma nello stesso tempo deve essere rispettosa delle scelte altrui. Il professor Sartori1 distingue tra “multiculturalismo” e “pluralismo culturale”: nel contesto MULTICULTURALE ogni cultura si organizza in maniera chiusa, dando vita a una coesistenza della cultura dominante con culture secondarie, senza contatti e contaminazioni reciproche (una città multiculturale è fatta per esempio di quartieri etnici, separati e ben distinguibili).
Questa tendenza per alcuni osservatori finisce per configurarsi come una minaccia alla società, in quanto fanno venire meno il principio che la legge è uguale per tutti: le comunità minoritarie, infatti, tendono ad avere regole proprie, a cementare la loro struttura interna mostrandosi ostili alle interferenze esterne, proprio là dove lo Stato poi fatica a permeare.
Sartori arriva a concludere che l’Islam non è integrabile perché è una realtà estranea. Siamo di fronte a una incompatibilità talmente profonda tra i due sistemi di vita da rischiare l’estinzione del nostro mondo culturale?
Il secondo modello è il PLURALISMO, che rifiuta l’idea e la possibilità di una cultura egemone: la società pluralista ha come obiettivo la contaminazione tra le diverse estrazioni, questa è la via della convivenza interculturale.
Da Democrazia culturale a Democrazia delle culture.
In sostanza, il regime democratico dovrebbe accettare che l’unica via è quella della “democrazia delle culture” (mescolanza e contaminazione) e non più la superata “democrazia culturale”, perché quest’ultima lascia che si formino comunità indipendenti, che prima o poi si scontreranno per contendersi il controllo del territorio.
La “tolleranza” tipica della democrazia culturale, non è mai uno strumento utile, si tratta di un pericoloso equivoco. Tolleranza è passività, è inazione. Davanti alle sfide ci vogliono intraprendenza e progettualità definite. Questo percorso può non piacere a tutti, ma è l’unico possibile se si vuole salvare la coesione sociale e la cultura di appartenenza europea: quella della interazione e interdipendenza delle diverse culture su tutto il territorio nazionale.
La politica di oggi si volta dall’altra parte.
Ed eccoci arrivati all’amaro calice della politica. E’ la secca in cui ci troviamo oggi: da una parte c’è l’intellighènzia di sinistra. Addenta vetusti principi di accoglienza come un cane fa con il suo osso, senza capirne l’anacronismo, principi pronunciati alla voce del verbo infinito, amputati della coniugazione al tempo presente.
Parole come accoglienza e inclusività non sono che un involucro di pura formalità buonista se si tiene lontano come la peste una altrettanto vigorosa repressione ed emarginazione di quei soggetti che non si dimostrano capaci e desiderosi di fare propri i valori del rispetto interindividuale e le norme dello Stato di diritto, il quale è laico, democratico e sociale, sì, ma verso tutti.
La sinistra non dimostra di saper rappresentare le istanze che provengono dai suoi connazionali relegandole a spettri evocati da una percezione di pericolo non corroborata dalle statistiche. Così tradisce il principio apodittico dell’equità e della parità di trattamento che deve a tutta la comunità. “La ragione storica (il loro Dio) ha posto il suo nido nelle loro coscienze” diceva Montanelli, e con prosopopea oltranzista essa rifiuta di usare la forza e la legalità come strumenti, tra gli altri, per mantenere la coesione sociale, e vivo e unitario il progresso collettivo.
Se va male da questa parte, certo non si festeggia dal lato destro della piazza.

Oggi il consenso politico a destra si è ridotto a un “like”; miniaturizzato in un gioco in scatola per bambini arrabbiati che non vogliono studiare; non lo si cerca più attraverso il ragionamento, men che meno spiegando un progetto (semplicemente perché non c’è), ma lo si fonda sullo slogan confezionato come prodotto di consumo, un pasto che si offre e si sbrana, in tutta fretta, in vista del comizio (o del post) successivo.
Una bulimia muscolarmente avvinghiata al sondaggio settimanale, che spinge a delegittimare il dissenso e dissimula, e dissimula al tempo stesso, l’incapacità di sanare le piaghe sociali e la totale assenza di un reale impegno a sviscerarne i problemi.
La confusione delle idee produce inerzia nelle scelte.
Quindi, così come accade che a sinistra legalità e sicurezza, obbligatorietà del decoro, repressione ed emarginazione coatta dalla società dei riottosi e dei criminali psichiatrici, sono tutte parole e concetti racchiusi dentro un mattarello che si può impugnare solo con la mano destra, altrettanto quest’ultima nasconde la sinistra dietro la schiena, quando si tratta di investire ingenti risorse con lo scopo di includere veramente nel tessuto sociale culture diverse da quella fieramente italiana (tutt’al più lascia che lo facciano da sole, cosa impossibile).
La destra rifiuta aprioristicamente di ingegnarsi per far conoscere alle culture islamiche quella nazionale, mettendo in contatto le genti, promuovendo eventi culturali e di spettacolo multietnico o sostenendo lo sport interculturale quale elemento di incontro, conoscenza e aggregazione. Blatera a denti spalancati e occhi fumanti ma non lavora per migliorare i servizi nei quartieri ridotti a ghetto, avendone orrore perché dai tratti somatici non caucasici, ignorando che in essi si stanno costituendo lentamente vere enclavi in territorio italiano, da cui poi non si potrà più venir fuori.
Evoca la remigrazione senza curarsi di quelli che vorrebbero vivere qui contribuendo alla crescita del paese, ma che per farlo avrebbero bisogno di usufruire di percorsi di apprendimento della storia europea e della lingua italiana, della Costituzione e dei diritti normati, di un alloggio popolare, di assistenza legale e fiscale, e di percorsi di inserimento lavorativo efficaci.
Utilizza il mainstream televisivo per denunciare luoghi di culto abusivi in scantinati che fungono da incubatore per l’estremismo islamico, ma aborrisce l’ipotesi di moschee grandi come cattedrali, dove praticare liberamente e ufficialmente il culto, da sottoporre solo poi a verifiche e controlli serrati.
In tutto questo ginepraio alquanto spinoso chi ne trae maggior vantaggio? l’islam fondamentalista, che approfitta di questa incapacità nostrana per radicare lentamente e silenziosamente in tutta Europa. Mentre noi siamo distratti dal pericolo abbastanza fatuo degli attentati, l’islam radicale porta avanti il progetto di islamizzazione dell’Occidente.
La soluzione? processi di integrazione efficaci.
Una colonia di batteri inizialmente non arreca né sintomi evidenti né danno all’organismo, ma se trascurata viene lasciata libera di proliferare e si espande, fino a quando non è più possibile debellarla. Tutte le civiltà storiche sono finite per aver sottovalutato o ignorato un problema iniziale, non ritenendolo di importanza cogente. Sta accadendo la stessa cosa oggi. Continuiamo a litigare, come cuccioli sul grembo democratico della nostra mamma Italia, senza accorgerci di quanto sia moribonda.

La soluzione non è in questa sinistra di potere, perché cattedratica e autoreferenziale, debole e inconsistente, che mette addirittura in discussione l’utilizzo di un taser per paura di fare male al criminale.
Non lo è la destra, che certamente non farà mai gli interessi della maggioranza della popolazione. Chi ha studiato e soprattutto ha un briciolo di onestà intellettuale sa che destra, per propria genetica, significa potere altoborghese: in un tempo andato, incarnato dagli industriali e dai possidenti terrieri; oggi, sovranamente spersonalizzato e disumanizzato nei Fondi internazionali, nella Finanza, nelle grandi Banche, e soprattutto nei colossi multinazionali. La destra, che ne è il braccio politico (vedi l’agognata Flat tax), usa lo strumento della paura per animare le folle, e veicolare il loro disagio soprattutto nei periodi di fortissima crisi economica e sociale, e questa lo è senza ogni dubbio. Dopodiché, la folla incanala la paura nella rabbia, e la destra che è lì per raccoglierla le dice “non preoccuparti, ti proteggo io”. Così raduna i voti. Approfitta dell’ignavia della sinistra, mette insieme il disagio sociale, aizza la paura, e crea il nemico da abbattere. Ma è solo altra sabbia negli occhi, in mezzo a una tempesta. La destra non aiuta la maggioranza della popolazione, non ha questa vocazione per nascita. La destra è per l’ultraliberismo (o neoliberismo estremo, o liberismo finanziario).
Ci vorrebbe una presa di coscienza diversa, che veda i problemi come una sfida da affrontare per un futuro che sia prospero per tutti, autoctoni e immigrati. Ma se non si parte dagli interessi reali della popolazione, senza aver paura da un lato di recuperare dalla cesta concetti come patria, cultura nazionale, storia europea, ma anche d’altro canto senza remore verso la diversità e con propensione ad investire capitali ingenti per elevare lo strato basso della popolazione islamica immigrata (facendola sentire parte integrante di un percorso comune), allora sì che la divisione tra culture diventerà insanabile e incompatibile la loro coesistenza.
